S'intende tutt'oggi per droga, psicoattiva o non, quello che millenni fa pensavano Ippocrate e Galeno, padri della medicina scientifica: una sostanza che invece di «essere vinta» dal corpo (e assimilata come semplice alimento) è capace di «vincerlo», provocando, seppur in dosi insignificanti paragonate a quelle di altri alimenti, grandi cambiamenti organici, psichici, o di entrambi i tipi.
Le prime droghe comparvero in piante o parte di esse, come risultato di una coevoluzione tra regno botanico e animale. Alcuni terreni con erba da foraggio, per esempio, cominciarono ad assorbire silicio, provocando negli erbivori di quelle zone o l'aumento dell'avorio nei loro molari oppure la perdita dei denti dopo pochi anni di pascolo. Analogamente alcune piante svilupparono difese chimiche per contrastare la voracità animale, «inventando» droghe mortali per specie senza papille gustative o senza olfatto fine. E' probabile che alcuni esseri umani abbiano subito dei mutamenti una volta assaggiate queste erbe psicoattive; in quest'ottica sono interpretabili vari miti, comuni a tutti i continenti, in cui viene narrato il nesso tra cibarsi di questo cibo (quasi sempre definito come carne o cibo degli dei[1]) e il paradiso come reminiscenza di antiche trance.
Tuttavia durante milioni di anni per gran parte i vegetali e i frutti erano velenosi e piccoli, come la pannocchia del mais arcaico (sopravvissuta in America Centrale) o la vite silvestre. Solo con la rivoluzione del Neolitico comparve tra i cereali un grano non tossico e succulento nonchè molte leguminose commestibili ed un'ampia gamma di frutti con abbondante polpa. (..)
Le culture dei cacciatori-agricoltori, senza dubbio le più antiche del pianeta, hanno in comune una pluralità aperta o infinita di dei. Oggi sappiamo che gran parte di quelle società gli invididui hanno imparato e riaffermato la loro identità culturale facendo esperienze con qualche droga psicoattiva. Per questo motivo, queste tradizioni rappresentano un capitolo tanto fondamentale quanto dimenticato fino a poco tempo fa di quella che religioni posteriori, tipiche delle culture sedentarie, chiameranno verità rivelata. Le prime ostie o forme sacre sono state sostanze psicoattive, come il peyote o certi funghi.
D'altro canto solo il tempo segnerà il confine tra la festa, la medicina, la magia e la religione. Malattie, castighi e impurità sono in principio la stessa cosa, un pericolo che si cerca di scongiurare con dei sacrifici. Alcuni sacrificavano vittime (animali, umane) a qualche divinità per ottenerne i favori, altri mangiano in comune qualche cosa che è considerata divina. Questa seconda forma di sacrificio, l'agape o banchetto sacramentale, si relaziona quasi infallibilmente con le droghe. Così succede oggi con il peyote in Messico, con l'ayahuasca in Amazzonia, con l'iboga in Africa occidentale o con la kawa in Oceania; numerosi indizi suggeriscono che altre piante sono state usate in modo più o meno analogo in passato. Fin dalla notte dei tempi, ingerire qualcosa che veniva considerato la «carne» (o il «sangue») di certi dei poteva essere proprio una religione naturale o primitiva, frequente anche in cerimonie di iniziazione alla maturità e in altri riti di passaggio. Ma anche se c'è una grande differenza tra il sacrificio cruento e quello incruento, tra il dono di una vittima e il banchetto sacramentale, entrambi i tipi possono fondersi in riti come la messa, dove il ricordo del capro espiatorio Cristo («agnello che lava i peccati del mondo») crea un pane benedetto e un vino benedetto, corpo e sangue del sacrificato.
Si noti come la parola greca per indicare droga sia pharmakon, e che pharmakon - cambiando solo l'accento e la lettera finale - significhi proprio capro espiatorio. Lungi dall'essere una mera coincidenza, questo mostra fino a che punto la medicina, la religione e la magia siano agli albori inseparabili.
La più antica fusione di queste tre dimensioni è lo sciamanesimo, un'istituzione diffusa in tutto il pianeta, il cui senso è quello di amministrare le tecniche dell'estasi, intendendo per estasi uno stato di trance che cancella le barriere tra veglia e sonno, tra cielo e terra. Assumendo qualche droga o fornendola a qualcun'altro, o a tutta la tribù, lo sciamano tende un ponte tra l'ordinario e lo straordinario (stesso ruolo ricoperto per altro dal pontefice, pontifex), servendo per le cerimonie religiose quanto per la terapia.
E' curioso che, nella sua Metafisica (A 984b 18), Aristotele attribuisca ad Ermotimo di Clazomene, un individuo dall'evidente profilo sciamanico, l'invenzione della parola Nous, che traduciamo come «intelligenza». Le leggende su Ermotimo raccontano che spesso abbandonava il suo corpo, alcune volte per incarnarsi in diversi esseri viventi, altre per viaggiare attraverso dimensioni sotterranee o celesti.
Sorprendentemente, il livello di conoscenza sulla botanica psicoattiva dipende dal fatto che in un territorio sopravvivano forme di religione naturale, amministrate da sciamani. Questo è stato notat da un confronto tra il continente americano e quello eurasiatico: anche se il primo è molto minore in grandezza rispetto al secondo, con una minore varietà botanica, il Nuovo Mondo conosce dieci piante psicoattive per ciascuna di quelle conosciute nel Vecchio Mondo. Il dato è ancora più rilevante se si considera che in Europa ed in Asia si trovano pianti uguali o simili a quelle americane. Ma l'America, a differenza dell'Africa e dell'Eurasia, fino a pochi secoli fa era estranea ai grandi monoteismi.
L'ebbrezza era un'esperienza, a volte religiosa a volte edonista, che l'uomo del passato praticava con diverse sostanze psicoattive. l'Ahura-Mazda, libro sacro dello zoroastrismo dice «senza trance e senza canapa» in uno dei suoi versi (XIX, 20), e ci sono riferimenti a funghi psicoattivi in altri inni a divinità asiatiche e del Nord Europa. L'antica parola indoiranica per canapa (bhanga in iranico, bhang in sanscrito) si usa anche per la trance indotta da altre droghe. Con effetti completamente opposti a qualunque bevanda alcolica, gli arcaici inni del Rig Veda parlano dell'ebbrezza di come di ciò che «eleva la carrozza dei venti», e molto più tardi, nel I secolo, Filone d'Alessandria continua a relazionarla ad atti di giubilo sacramentale; nel suo trattato di agricoltura infatti afferma: "Dopo aver implorato il favore degli dei (..) raggianti ed allegri si abbandonavano alla rilassatezza e al godimento (..) Si dice che da lì viene la parola ubriacarsi, perchè era usanza già in ere precedenti concedersi all'ebbrezza dopo aver sacrificato" (De plantatione, XXXIX, 162-163).
Tuttavia, all'interno dell'ebbrezza sacramentale, è necessario distinguere tra possesso e viaggio. L'ebbrezza da possesso, provocata da droghe come l'alcool, il tabacco, la datura, la belladonna e altre analoghe, induce raptus di frenesia corporale dove scompare la coscienza fisica; accompagnati dalla musica e dalle danze violente quei raptus sono tanto piùù riparatori quanto meno somigliano alla lucidità e al ricordo. Al contrario, l'ebbrezza da viaggio è provocata da droghe che rafforzano in modo spettacolare i sensi senza cancellare la memoria; il loro uso può essere accompagnato da musica e danza, ma suscita prima di tutto un'escursione psichica cosciente, introspettiva prima e dopo.
L'ebbrezza da viaggio che, per l'appunto, è quella sciamanica, ha avuto forse l'epicentro in Asia centrale, da dove si è estesa verso l'America, il Pacifico e l'Europa. Quella da possesso regna in Africa e da quell'area forse è passata al Mediterraneo e al grande arcipelago indonesiano, dove l'amok costituisce una delle sue manifestazioni più chiare; in tempi storici invase l'America con la tratta degli schiavi e tutt'oggi, con nomi come vudù, candomblè o mandinga, gode di svariati seguaci.
Note
[1]soma, amrita, ambrosia, haoma, teonanacatl (..)
tratto da: Antonio Escohotado - Piccola storia delle droghe (Donzelli)
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21 luglio 2008
5 gennaio 2008
corpus dei
In questo post ci proponiamo di analizzare la cosiddetta 'manna' (carne degli dei o cibo degli dei) descritta nell'Antico Testamento.
Esodo 16:4
Allora il Signore disse a Mosè: "Ecco, io sto per far piovere pane dal cielo per voi: il popolo uscirà a raccoglierne ogni giorno la razione di un giorno, perché io lo metta alla prova, per vedere se cammina secondo la mia legge o no. Ma il sesto giorno, quando prepareranno quello che dovranno portare a casa, sarà il doppio di ciò che raccoglieranno ogni altro giorno”.
L'intento del Signore era quindi di somministrare quotidianamante la manna al suo popolo per metterlo "alla prova", come se si trattasse di un rito religioso quotidiano.
Il sesto giorno, ossia il sabato, dovranno assumerne 'il doppio' (per questo gli ebrei santificano il sabato).
Esodo 16:14
“Poi lo strato di rugiada svanì ed ecco che sulla superficie del deserto vi era una cosa minuta e granulosa, minuta come è la brina sulla terra. A tale vista i figli d'Israele si chiesero l'un l'altro: “Che cos'è questo?” perché non sapevano che cosa fosse. E Mosè disse loro: “Questo è il pane che il Signore vi ha dato per cibo”.
La manna viene trovata sulla superficie del deserto, ha grandezza limitata, ed è come "brina sulla terra", pertanto umida e fredda.
Esodo 16:16
"Ecco che cosa comanda il Signore: Raccoglietene quanto ciascuno può mangiarne, un omer a testa, secondo il numero delle persone con voi. Ne prenderete ciascuno per quelli della propria tenda."
Viene qui specificata per persona la quantità di manna da assumere: un omer, unità di misura talmudica.
Esodo 16:19
“Poi Mosè disse loro: "Nessuno ne faccia avanzare fino al mattino". Essi non obbedirono a Mosè e alcuni ne conservarono fino al mattino; ma vi si generarono vermi e imputridì. Mosè si irritò contro di loro. Essi dunque ne raccoglievano ogni mattina secondo quanto ciascuno mangiava; quando il sole cominciava a scaldare, si scioglieva."
Mosè ordina di consumare tutta la dose di manna prescritta dal Signore. Coloro che non obbedirono poterono osservare la manna marcire sotto i loro occhi.
Ci chiediamo quale cibo, raccolto 'tra la brina del deserto', considerato nel contempo un alimento e un test attiduinal-spirituale, possa marcire poco dopo averlo raccolto.
Esodo 16:22
"Nel sesto giorno essi raccolsero il doppio di quel pane, due omer a testa. Allora tutti i principi della comunità vennero ad informare Mosè. E disse loro: «È appunto ciò che ha detto il Signore: Domani è sabato, riposo assoluto consacrato al Signore. Ciò che avete da cuocere, cuocetelo; ciò che avete da bollire, bollitelo; quanto avanza, tenetelo in serbo fino a domani mattina."
Si evince dal testo che per processare la manna essa dovesse essere sottoposta a cottura e bollitura, preservandone la natura.
In ogni culto enteogenico che utilizzi funghi, questi vengono processati: per attivare specifici principi attivi (vedi amanita muscaria-- acido ibotenico convertito in muscimolo), evitarne la marcitura e per migliorarne il sapore.
Esodo 16:31
"La casa d'Israele la chiamò manna. Era simile al seme del coriandolo e bianca; aveva il
sapore di una focaccia con miele."
Numeri 11:6
"Ora la nostra vita inaridisce; non c'è più nulla, i nostri occhi non vedono altro che questa manna. Ora la manna era simile al seme del coriandolo e aveva l'aspetto della resina odorosa. Il popolo andava attorno a raccoglierla; poi la riduceva in farina con la macina o la pestava nel mortaio, la faceva cuocere nelle pentole o ne faceva focacce; aveva il sapore di pasta all'olio. Quando di notte cadeva la rugiada sul campo, cadeva anche la manna."
Ricordiamo che nei riti gnostici ellenici che prevedono l'utilizzo dell' ambrosia (cibo degli dei), i funghi contenuti in essa venivano mischiati con il miele, che oltre a conservarli ne addolciva il gusto. La stessa procedura veniva seguita nelle culture mesoamericane nell'assunzione del teonanacatl (cibo degli dei), così come in India, nell'Indostan e nelle terre indoariane con l'amrita (cibo degli dei).
Esodo 16:4
Allora il Signore disse a Mosè: "Ecco, io sto per far piovere pane dal cielo per voi: il popolo uscirà a raccoglierne ogni giorno la razione di un giorno, perché io lo metta alla prova, per vedere se cammina secondo la mia legge o no. Ma il sesto giorno, quando prepareranno quello che dovranno portare a casa, sarà il doppio di ciò che raccoglieranno ogni altro giorno”.
L'intento del Signore era quindi di somministrare quotidianamante la manna al suo popolo per metterlo "alla prova", come se si trattasse di un rito religioso quotidiano.
Il sesto giorno, ossia il sabato, dovranno assumerne 'il doppio' (per questo gli ebrei santificano il sabato).
Esodo 16:14
“Poi lo strato di rugiada svanì ed ecco che sulla superficie del deserto vi era una cosa minuta e granulosa, minuta come è la brina sulla terra. A tale vista i figli d'Israele si chiesero l'un l'altro: “Che cos'è questo?” perché non sapevano che cosa fosse. E Mosè disse loro: “Questo è il pane che il Signore vi ha dato per cibo”.
La manna viene trovata sulla superficie del deserto, ha grandezza limitata, ed è come "brina sulla terra", pertanto umida e fredda.
Esodo 16:16
"Ecco che cosa comanda il Signore: Raccoglietene quanto ciascuno può mangiarne, un omer a testa, secondo il numero delle persone con voi. Ne prenderete ciascuno per quelli della propria tenda."
Viene qui specificata per persona la quantità di manna da assumere: un omer, unità di misura talmudica.
Esodo 16:19
“Poi Mosè disse loro: "Nessuno ne faccia avanzare fino al mattino". Essi non obbedirono a Mosè e alcuni ne conservarono fino al mattino; ma vi si generarono vermi e imputridì. Mosè si irritò contro di loro. Essi dunque ne raccoglievano ogni mattina secondo quanto ciascuno mangiava; quando il sole cominciava a scaldare, si scioglieva."
Mosè ordina di consumare tutta la dose di manna prescritta dal Signore. Coloro che non obbedirono poterono osservare la manna marcire sotto i loro occhi.
Ci chiediamo quale cibo, raccolto 'tra la brina del deserto', considerato nel contempo un alimento e un test attiduinal-spirituale, possa marcire poco dopo averlo raccolto.
Esodo 16:22
"Nel sesto giorno essi raccolsero il doppio di quel pane, due omer a testa. Allora tutti i principi della comunità vennero ad informare Mosè. E disse loro: «È appunto ciò che ha detto il Signore: Domani è sabato, riposo assoluto consacrato al Signore. Ciò che avete da cuocere, cuocetelo; ciò che avete da bollire, bollitelo; quanto avanza, tenetelo in serbo fino a domani mattina."
Si evince dal testo che per processare la manna essa dovesse essere sottoposta a cottura e bollitura, preservandone la natura.
In ogni culto enteogenico che utilizzi funghi, questi vengono processati: per attivare specifici principi attivi (vedi amanita muscaria-- acido ibotenico convertito in muscimolo), evitarne la marcitura e per migliorarne il sapore.
Esodo 16:31
"La casa d'Israele la chiamò manna. Era simile al seme del coriandolo e bianca; aveva il
sapore di una focaccia con miele."
Numeri 11:6
"Ora la nostra vita inaridisce; non c'è più nulla, i nostri occhi non vedono altro che questa manna. Ora la manna era simile al seme del coriandolo e aveva l'aspetto della resina odorosa. Il popolo andava attorno a raccoglierla; poi la riduceva in farina con la macina o la pestava nel mortaio, la faceva cuocere nelle pentole o ne faceva focacce; aveva il sapore di pasta all'olio. Quando di notte cadeva la rugiada sul campo, cadeva anche la manna."
Ricordiamo che nei riti gnostici ellenici che prevedono l'utilizzo dell' ambrosia (cibo degli dei), i funghi contenuti in essa venivano mischiati con il miele, che oltre a conservarli ne addolciva il gusto. La stessa procedura veniva seguita nelle culture mesoamericane nell'assunzione del teonanacatl (cibo degli dei), così come in India, nell'Indostan e nelle terre indoariane con l'amrita (cibo degli dei).
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12 dicembre 2007
Soma | Haoma
SOMA è il nome sanscrito di un dio, di una pianta e dal succo ricavato da quella pianta. Questi referenti rappresentano, individualmente quanto nell'insieme, tre delle più importanti componenti del pensiero e della pratica religiosa dell'India vedia.
Nei primi inni del Rgveda (circa 1200 a.C.) il termine soma è riferito ad una pianta e al suo succo spremuto, che i poeti dell'India antica descrivevano come una bevanda eccitante e persino allucinogena che si diceva portasse salute ed immortalità a coloro che godevano delle sue virtù. Le analisi condotte sui testi rituali e su altri documenti dimostrano che il soma non era un liquido fermentato o distillato, pertanto i suoi effetti alteranti non si possono considerare come il risultato delle virtù inebrianti dell'alcool. Coloro che celebravano i rituali nel periodo vedico veneravano Soma come un dio, onorato come una fonte di potere creativo, e trovavano nelle loro pozioni di estratto di soma, il somapavamana, l'ispirazione per le immagini visionarie testimoniate in molti degli inni sacri vedici. L'intero Samaveda, una raccolta di canti rituali, è dedicato a Soma, e meravigliose invocazioni a lui dirette arricchiscono i versi del Rgveda di vivide descrizioni dell'estasi cinetica. Secondo il Rgveda, la dimora originaria della pianta di soma è in paradiso, ma un'aquila mitologica, capace di volare molto in alto, ne ha portato un po' sulla terra, dove ha attecchito in alta montagna. Lì venne raccolta dai sacerdoti vedici, che schiacciarono poi la pianta con delle pietre in una ciotola di legno, filtrarono il succo derivato con dei tessuti di lana e cosparsero il liquido con del burro chiarificato. Gli storici hanno usato il termine rituale del soma per comprendere un ampio numero di riti vedici solenni di differente complessità, alcuni dei quali celebrati secondo "stadi" (sattra) successivi che potevano durare anche più di dodici giorni. I più importanti tra questi riti sono la consacrazione del re (rajasuya), il sacrificio del cavallo (asvamedha), il rito della 'bevanda di piacere' (vajapeya), e i vari riti di passaggio basati sulla cerimonia del fuoco, l'agnistoma. Durante questi rituali, i sacerdoti versavano l'estratto di soma nel fuoco rituale, facendolo salire al cielo con il fumo ed inviandolo quindi agli dei che accoglievano con entusiasmo i suoi effetti. Incoraggiati e rinvigoriti dal soma, gli dei (più spesso Indra, una divinità uranica guerriera) trovavano allora la forza ed il coraggio per ingaggiare le battaglie cosmiche contro il potere dei demoni e degli altri nemici della comunità vedica. Dopo aver compiaciuto gli dei con le offerte di soma, i sacerdoti-poeti, a loro volta, assumevano la bevanda con risultati strordinari. Ispirati dal soma, per esempio, "i ciechi riescono a vedere e gli storpi camminano" (Rgveda 8,79,2). L'estasi provata da coloro che hanno bevuto il soma è comune: "Io, con il mio immenso potere, ho superato il cielo e questa immensa terra", esclama un visionario. "Io sono grande! Potente! Capace di volare fino al cielo! Non ho forse bevuto il soma?" (Rgveda 10,119,8;12). "Abbiamo bevuto il soma e siamo diventati immortali! Siamo arrivati alal luce e abbiamo trovato gli dei! Cosa ci può fare ora l'odio e la cattiveria di un mortale?", dice un altro. "Le magnifiche gocce che ho sorseggiato mi hanno reso libero" (Rgveda 8,48,3;5).
Ricerche condotte recentemente hanno suggerito che l'estratto di soma potrebbe essere l'essenza purificata del fungo Amanita Muscaria, ma questa conclusione non ha incontrato il consenso generale. Diverse prove indicano le origini eurasiatiche di questa pratica vedica indiana dell'estasi rituale ottenuta attraverso l'assunzione dell'estratto allucinogeno di tale pianta. Dati linguistici dimostrano che le culture degli Urali erano a conoscenza di un fungo allucinogeno già nel 6000 a.C. Le mitologie religiose indoeuropee includono concetti come l'avestico haoma (il termine usato dagli zoroastriani per indicare la bevanda rituale dell'immortalità, al quale la parola soma è etimologicamente e mitologicamente collegata) e il greco ambrosia o nettare. Inoltre, miti cinesi più recenti includono descrizioni del lingzi, il fungo dell'immortalità. Questi temi mitici hanno portato alcuni storici a credere che l'individuazione di una pianta importante era frequente nel mondo antico lungo gli itinerari nei quali avvenivano gli scambi culturali. L'analisi di testi religiosi vedici recenti induce a pensare che intorno al 1000 a.C. la pianta di soma fosse sostituita nei riti con altri surrogati. Questo porta a pensare che, nel corso della storia, l'estratto originario del soma non fosse più a disposizione di quelle popolazioni indoeuropee orientali che, nel III e II millennio a.C., si erano trasferite dalle steppe e dalle montagne boscose dell'Eurasia verso le pianure e le valli attraversate dai fiumi dell'Asia sudoccidentale e meridionale e che, di conseguenza, non fosse più disponibile per la comunità rituale vedica. Le comunità religiose del periodo postvedico diedero maggiore importanza ad altri mezzi (come la meditazione o la devozione verso un dio personale) per ottenere l'esperienza dell'immortalità e dell'estasi.
HAOMA. Sia che con questo termine si voglia indicare una "entità degna di venerazione" (yazata), ovvero la personificazione di una divinità, sia che invece ci si riferisca piuttosto ad una sostanza ingerita durante alcuni sacrifici rituali zoroastriani, l'haoma presenta un esatto corrispondente nel soma dell'India antica: entrambi questi termini derivano dalla forma ricostruita dell'indoiranico sauma, dalla radice del verbo sav ("spremere, schiacciare"). Non è sicuro in che cosa consistesse originariamente questa sostanza, se si trattasse cioè di una pianta oppure di una linfa, oppure ancora un fungo con proprietà allucinogene come l'Amanita muscaria. Tuttavia è certo che l'esistenza di una sua forma indo-iranica testimonia chiaramente la presenza di un retroterra rituale comune all'Iran e all'India. Sappiamo anche che in entrambi questi paesi la sostanza originariamente utilizzata era stata poi sostituita da un'altra; per secoli, infatti, i seguaci di Zarathustra hanno continuato ad usare nei loro sacrifici rituali una specie di Ephedra. Questa pianta, in effetti, cresce in molte regioni dell'Asia centrale e in Iran e secerne un succo con proprietà allucinogene. L'haoma, perciò, avrebbe dovuto possedere qualità proprie sia di allucinogeno sia di uno stimolante. I testi antichi a tale proposito riferiscono che la sostanza conferiva forza, vittoria, salute e saggezza e produceva uno stato estatico. Il culto dell'haoma, che in seguito sarebbe diventato una parte essenziale dei riti zoroastriani, in origine era stato citato da Zarathustra, il quale si riferì ad esso nelle Gāthā: l'haoma è "l'urina" di una droga intossicante (Yasna 48,10). Numerosi studiosi si sono opposti ad una simile interpretazione e hanno dichiarato che nè il sacrificio animale nè l'haoma erano mai stati criticati dal profeta (R.Ch. Zaehner, M. Molè e M. Boyce), tuttavia le loro argomentazioni non sono convincenti. Il complesso dei riti, dei miti e delle leggende che presentano un qualche legame con l'haoma appartiene ad una tradizione indo-iranica precedente rispetto all'avvento della religione zoroastriana e si trova al centro di uno scenario dominato dal dio della guerra Indra, che, nello Zoroastrismo, era relegato al livello di demone. Perciò sembra molto verosimile che l'accettazione e l'uso di questa droga siano stati reintegrati nella religione in un'epoca successiva rispetto a quella in cui visse il profeta. Nei testi successivi dell'Avesta, Haoma, analogamente a quanto avvenne per altre entità che furuno successivamente riammesse al culto, è indicato con uno yazata, cui è dedicato un inno, lo Hom Yasht (Yasna 9-11). Tale inno veniva recitato durante una delle parti più importanti della complessa cerimonia dello Yasna. Alla fine della recita il sacerdote officiante beveva l'haoma, che era già stato preparato e che era stato consacrato ritualmente, in conformità alle regole meticolose di purificazione.
Bibliografia di riferimento:
- S.S. Bhawe, The Soma-Hymns of the Rgveda
- R.T.H. Griffith, The Hymns of the Samaveda
- W.D. O'Flaherty, The Rig Veda. an Anthology
- A.H.J. Bergaingne, La religion védique d'après les hymnes du Rig-Véda
- W.Caland & V. Henry, L'Agnistoma. Description complète de la forme normale du sacrifice de Soma dans le culte védique
- R.G. Wasson, Soma. The divine Mushroom of Immortality
- J. Brough, Soma and Amanita Muscaria
Nei primi inni del Rgveda (circa 1200 a.C.) il termine soma è riferito ad una pianta e al suo succo spremuto, che i poeti dell'India antica descrivevano come una bevanda eccitante e persino allucinogena che si diceva portasse salute ed immortalità a coloro che godevano delle sue virtù. Le analisi condotte sui testi rituali e su altri documenti dimostrano che il soma non era un liquido fermentato o distillato, pertanto i suoi effetti alteranti non si possono considerare come il risultato delle virtù inebrianti dell'alcool. Coloro che celebravano i rituali nel periodo vedico veneravano Soma come un dio, onorato come una fonte di potere creativo, e trovavano nelle loro pozioni di estratto di soma, il somapavamana, l'ispirazione per le immagini visionarie testimoniate in molti degli inni sacri vedici. L'intero Samaveda, una raccolta di canti rituali, è dedicato a Soma, e meravigliose invocazioni a lui dirette arricchiscono i versi del Rgveda di vivide descrizioni dell'estasi cinetica. Secondo il Rgveda, la dimora originaria della pianta di soma è in paradiso, ma un'aquila mitologica, capace di volare molto in alto, ne ha portato un po' sulla terra, dove ha attecchito in alta montagna. Lì venne raccolta dai sacerdoti vedici, che schiacciarono poi la pianta con delle pietre in una ciotola di legno, filtrarono il succo derivato con dei tessuti di lana e cosparsero il liquido con del burro chiarificato. Gli storici hanno usato il termine rituale del soma per comprendere un ampio numero di riti vedici solenni di differente complessità, alcuni dei quali celebrati secondo "stadi" (sattra) successivi che potevano durare anche più di dodici giorni. I più importanti tra questi riti sono la consacrazione del re (rajasuya), il sacrificio del cavallo (asvamedha), il rito della 'bevanda di piacere' (vajapeya), e i vari riti di passaggio basati sulla cerimonia del fuoco, l'agnistoma. Durante questi rituali, i sacerdoti versavano l'estratto di soma nel fuoco rituale, facendolo salire al cielo con il fumo ed inviandolo quindi agli dei che accoglievano con entusiasmo i suoi effetti. Incoraggiati e rinvigoriti dal soma, gli dei (più spesso Indra, una divinità uranica guerriera) trovavano allora la forza ed il coraggio per ingaggiare le battaglie cosmiche contro il potere dei demoni e degli altri nemici della comunità vedica. Dopo aver compiaciuto gli dei con le offerte di soma, i sacerdoti-poeti, a loro volta, assumevano la bevanda con risultati strordinari. Ispirati dal soma, per esempio, "i ciechi riescono a vedere e gli storpi camminano" (Rgveda 8,79,2). L'estasi provata da coloro che hanno bevuto il soma è comune: "Io, con il mio immenso potere, ho superato il cielo e questa immensa terra", esclama un visionario. "Io sono grande! Potente! Capace di volare fino al cielo! Non ho forse bevuto il soma?" (Rgveda 10,119,8;12). "Abbiamo bevuto il soma e siamo diventati immortali! Siamo arrivati alal luce e abbiamo trovato gli dei! Cosa ci può fare ora l'odio e la cattiveria di un mortale?", dice un altro. "Le magnifiche gocce che ho sorseggiato mi hanno reso libero" (Rgveda 8,48,3;5).
Ricerche condotte recentemente hanno suggerito che l'estratto di soma potrebbe essere l'essenza purificata del fungo Amanita Muscaria, ma questa conclusione non ha incontrato il consenso generale. Diverse prove indicano le origini eurasiatiche di questa pratica vedica indiana dell'estasi rituale ottenuta attraverso l'assunzione dell'estratto allucinogeno di tale pianta. Dati linguistici dimostrano che le culture degli Urali erano a conoscenza di un fungo allucinogeno già nel 6000 a.C. Le mitologie religiose indoeuropee includono concetti come l'avestico haoma (il termine usato dagli zoroastriani per indicare la bevanda rituale dell'immortalità, al quale la parola soma è etimologicamente e mitologicamente collegata) e il greco ambrosia o nettare. Inoltre, miti cinesi più recenti includono descrizioni del lingzi, il fungo dell'immortalità. Questi temi mitici hanno portato alcuni storici a credere che l'individuazione di una pianta importante era frequente nel mondo antico lungo gli itinerari nei quali avvenivano gli scambi culturali. L'analisi di testi religiosi vedici recenti induce a pensare che intorno al 1000 a.C. la pianta di soma fosse sostituita nei riti con altri surrogati. Questo porta a pensare che, nel corso della storia, l'estratto originario del soma non fosse più a disposizione di quelle popolazioni indoeuropee orientali che, nel III e II millennio a.C., si erano trasferite dalle steppe e dalle montagne boscose dell'Eurasia verso le pianure e le valli attraversate dai fiumi dell'Asia sudoccidentale e meridionale e che, di conseguenza, non fosse più disponibile per la comunità rituale vedica. Le comunità religiose del periodo postvedico diedero maggiore importanza ad altri mezzi (come la meditazione o la devozione verso un dio personale) per ottenere l'esperienza dell'immortalità e dell'estasi.
HAOMA. Sia che con questo termine si voglia indicare una "entità degna di venerazione" (yazata), ovvero la personificazione di una divinità, sia che invece ci si riferisca piuttosto ad una sostanza ingerita durante alcuni sacrifici rituali zoroastriani, l'haoma presenta un esatto corrispondente nel soma dell'India antica: entrambi questi termini derivano dalla forma ricostruita dell'indoiranico sauma, dalla radice del verbo sav ("spremere, schiacciare"). Non è sicuro in che cosa consistesse originariamente questa sostanza, se si trattasse cioè di una pianta oppure di una linfa, oppure ancora un fungo con proprietà allucinogene come l'Amanita muscaria. Tuttavia è certo che l'esistenza di una sua forma indo-iranica testimonia chiaramente la presenza di un retroterra rituale comune all'Iran e all'India. Sappiamo anche che in entrambi questi paesi la sostanza originariamente utilizzata era stata poi sostituita da un'altra; per secoli, infatti, i seguaci di Zarathustra hanno continuato ad usare nei loro sacrifici rituali una specie di Ephedra. Questa pianta, in effetti, cresce in molte regioni dell'Asia centrale e in Iran e secerne un succo con proprietà allucinogene. L'haoma, perciò, avrebbe dovuto possedere qualità proprie sia di allucinogeno sia di uno stimolante. I testi antichi a tale proposito riferiscono che la sostanza conferiva forza, vittoria, salute e saggezza e produceva uno stato estatico. Il culto dell'haoma, che in seguito sarebbe diventato una parte essenziale dei riti zoroastriani, in origine era stato citato da Zarathustra, il quale si riferì ad esso nelle Gāthā: l'haoma è "l'urina" di una droga intossicante (Yasna 48,10). Numerosi studiosi si sono opposti ad una simile interpretazione e hanno dichiarato che nè il sacrificio animale nè l'haoma erano mai stati criticati dal profeta (R.Ch. Zaehner, M. Molè e M. Boyce), tuttavia le loro argomentazioni non sono convincenti. Il complesso dei riti, dei miti e delle leggende che presentano un qualche legame con l'haoma appartiene ad una tradizione indo-iranica precedente rispetto all'avvento della religione zoroastriana e si trova al centro di uno scenario dominato dal dio della guerra Indra, che, nello Zoroastrismo, era relegato al livello di demone. Perciò sembra molto verosimile che l'accettazione e l'uso di questa droga siano stati reintegrati nella religione in un'epoca successiva rispetto a quella in cui visse il profeta. Nei testi successivi dell'Avesta, Haoma, analogamente a quanto avvenne per altre entità che furuno successivamente riammesse al culto, è indicato con uno yazata, cui è dedicato un inno, lo Hom Yasht (Yasna 9-11). Tale inno veniva recitato durante una delle parti più importanti della complessa cerimonia dello Yasna. Alla fine della recita il sacerdote officiante beveva l'haoma, che era già stato preparato e che era stato consacrato ritualmente, in conformità alle regole meticolose di purificazione.
Bibliografia di riferimento:
- S.S. Bhawe, The Soma-Hymns of the Rgveda
- R.T.H. Griffith, The Hymns of the Samaveda
- W.D. O'Flaherty, The Rig Veda. an Anthology
- A.H.J. Bergaingne, La religion védique d'après les hymnes du Rig-Véda
- W.Caland & V. Henry, L'Agnistoma. Description complète de la forme normale du sacrifice de Soma dans le culte védique
- R.G. Wasson, Soma. The divine Mushroom of Immortality
- J. Brough, Soma and Amanita Muscaria
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